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Il medico F1: “Michael Schumacher non si riprenderà più”

Purtroppo l'ennesima doccia fredda sulle condizioni del campione tedesco

Pubblicato il 13/06/2014 da La Fucina

167 giorni. Tanti ne sono passati da quando

Michael Schumacher

è finito in coma al centro neurochirurgico dell’ospedale di Grenoble. era il 29 dicembre, alle soglie del nuovo anno, e il campione tedesco stava sciando a Saint François di Longchamps, poco lontano da Meribel. Una caduta fatale, per un brevissimo fuoripista, e si è scatenato il dramma. Schumi ha sbattuto la testa su un masso coperto dalla neve. Neanche il casco è riuscito a impedire il peggio. Da allora sono passati sei mesi in stato vegetativo. E secondo Gary Harstein, ex delegato medico per la Formula Uno della Fia, la Federazione di automobilismo, la conclusione è una sola: “Non avremo mai più buone notizie sullo stato di salute di Michael Schumacher”. Massimo Calandri, inviato di Repubblica, è andato a visitare il reparto in cui si trova Schumacher. E questo è uno stralcio del suo racconto:“Al quinto piano c’è un grande salone di monitor, telecamere, cavi aggrovigliati, pulsanti e spie luminose che al principio ti sembra d’essere nella sala controllo di una stazione aerospaziale. Invece, dodici letti. Sottili pareti divisorie, tende. Camici, mascherine. Il silenzio. Ma facendo più attenzione arriva l’eco di qualche beep: un rumore leggero, cadenzato. I gesti senza fretta di medici e parenti. Oggi sono 167 giorni, sembrano tutti uguali, cinque mesi e mezzo che Michael Schumacher è in coma al centro neurochirurgico dell’ospedale di Grenoble: la caduta con gli sci e subito era cosciente però dopo qualche ora no, era già tutto finito. Due operazioni al cervello, il buio. Quel silenzio. «Stato vegetativo» lo chiamano, ma a marzo ha mosso due volte le palpebre e parlavano di «piccoli, importanti progressi». Poi più niente. Adesso pesa 50 chili, perché i muscoli si sono tutti ritirati. Pochi pazienti restano così a lungo nel reparto, che è uno dei più attrezzati di tutta la Francia ed ogni anno ospita una media di trenta persone. Così qualcuno sta già pensando al trasferimento del campione in una clinica privata, svizzera o tedesca. Accadrà presto — giorni, forse settimane: al quinto piano il tempo è un concetto relativo —, accadrà perché nel salone dei monitor arriveranno altri come lui. Da curare, sperando subito in un miracolo che per Schumi non è arrivato, non ancora, e allora è giusto dare a tutti un’opportunità. Corinna Betsch Halver, la moglie, tutte le mattine parcheggia una Mercedes 4×4 nera a ridosso del padiglione Belledonne, in una strada stretta alle spalle del gabbiotto dei custodi. Esce dall’auto di fretta, anche se i giornalisti hanno smesso da mesi di assediare l’ingresso e la curiosità della gente ha lasciato spazio all’indifferenza, all’abitudine. A volte qualche fotografo testardo si sistema dietro alle macchine sul piazzale, scatta col teleobiettivo ma senza troppa convinzione. Nei primi mesi con la moglie venivano anche i figli, ora solo nel fine-settimana. Come il fratello di lui, Ralf, e come il padre, che all’inizio giurava «Mio figlio è un lottatore », poi però ha perso la voglia di parlare. Corinna invece c’è sempre e lotta, chiude la portiera e istintivamente guarda in alto — verso il quinto piano —, supera la porta a vetri protetta dal personale della vigilanza. Resta sei ore, sei ore precise, tutti i giorni. (…) Il 12 giugno del 1994, Michael Schumacher vinceva il gran premio del Canada. Una delle gare più belle della sua straordinaria carriera, nell’anno del primo dei sette successi mondiali: era l’alba del grande campione. (…) Quella volta in Canada, Schumacher correva per la Benetton, il boss era cuneese immarcabile. Flavio Briatore. Che magari non ti sembra il tipo giusto per parlare di certe cose, oppure no. Perché lui, Michael lo conosce meglio di molti altri: «No news, bad news», dice, ribadendo un concetto ormai metabolizzato da tutti. Solo quei due leggeri movimenti delle palpebre in quasi sei mesi. Piccoli, importanti progressi: così dice la famiglia, e chi può avere il coraggio — il diritto — di disilludere Corinna? Gary Harstein è l’ex delegato medico per la Formula Uno della Fia, la Federazione di automobilismo. Sul suo blog ha postato un commento tanto banale quanto crudele: «Non ho alcuna informazione diretta. Ad ogni modo, ritengo che saremmo stati informati nel quale caso fossero emersi sviluppi positivi. Non avrebbe senso non dare ai fan buone notizie, se ci fossero». Appunto. Ma Harstein, anestesista americano, ha aggiunto una valutazione professionale: «Nessuna persona in stato vegetativo per un anno può riprendere conoscenza». Piccoli, importanti progressi? «Le possibilità di risveglio diminuiscono con il passare delle settimane e diventano minime dopo sei mesi: nessuna persona in stato vegetativo per un anno può riprendere conoscenza». E poi, ancora: «Non avremo mai più buone notizie sullo stato di salute di Michael Schumacher». Al quinto piano il silenzio si è fatto più buio”.





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