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Medicina

Psicofarmaci: giù le mani dai bambini!

Ecco perché il marketing farmaceutico rischia di fare del male ai nostri bambini

Pubblicato il 18/02/2016 da Andrea Bertaglio

Nel 1985, il ricercatore della Pennsylvania University Jordan Smoller cercò di prendere il fenomeno degli “psichiatri dell’età evolutiva” con una certa ironia. In un suo lavoro molto diffuso, The Etiology and Treatment of Childhood, definì infatti assai difficoltoso il trattamento dei bambini “in tenera età”. Essi, scriveva Smoller, “sono noti per il loro comportamento infantile e perché dimostrano di avere una sconcertante mancanza di discernimento”. I sintomi più gravi di quelle “piccole creature strepitanti”? Sicuramente l’”immaturità” e il “nanismo”.

Oggi, però, non tutti riescono a scherzare su questi argomenti. Ed è comprensibile, visti gli effetti che gli psicofarmaci possono avere sui bambini anche nel momento in cui questi diventano adolescenti o giovani adulti (tendenza al suicidio, dipendenza perenne da una pillola, comportamenti violenti ecc.). Luca Poma, giornalista divenuto famoso per la sua battaglia contro l’abuso di psicofarmaci sui piccoli pazienti e portavoce del Comitato Giù le Mani dai Bambini, è una di queste persone.

 “Giù le Mani dai Bambini è il più rappresentativo Comitato indipendente per la farmacovigilanza pediatrica in Italia”, spiega Poma: “La nostra attività è nata in maniera piuttosto curiosa: nell’ottobre del 2003, un gruppo di medici discuteva del più e del meno a un pranzo di lavoro, e uno di essi riferiva – di ritorno da un ciclo di conferenze in America – della preoccupante emergenza sanitaria relativa alla disinvolta somministrazione di psicofarmaci negli USA. È bene ricordare come Oltreoceano abbiano superato l’impressionante numero di 14 milioni i bambini in terapia con psicofarmaci per il controllo delle più svariate sindromi del comportamento: dal miglioramento delle performance scolastiche, al controllo dell’iperattività sui banchi di scuola, alle lievi depressioni adolescenziali ecc. Pensammo quindi di provare a fare qualcosa in Italia, per evitare che questa follia della somministrazione disinvolta di prodotti psicoattivi ai minori non prendesse piede anche da noi. Ad oggi “Giù le Mani dai Bambini” consorzia più di trecento fra associazioni, sindacati, organizzazioni mediche, ASL, Università, Ordini degli Psicologi, Ordini dei medici ecc”.

Il messaggio di questa organizzazione, che - fa presente Luca Poma – “non è solo un movimento d’opinione, ma produce anche documenti scientifici di qualità”, è per certi versi semplice. “Non in una sola pagina del portale web e/o dei documenti informativi e scientifici pubblicati dal Comitato si chiede la messa al bando del farmaco e/o si promuove una strategia "proibizionista" riguardo all'uso di questi prodotti, anche perché essi sono acquistabili facilmente anche sul web senza alcuna prescrizione. Siamo contrari all'uso disinvolto di psicofarmaci come unica risorsa terapeutica.

Un altro punto focale dell’azione di Giù le Mani dai Bambini è “sollevare il velo sugli interessi del marketing farmaceutico, ma anche in questo caso senza pregiudizio: un grazie va alle case farmaceutiche, perché ci hanno salvato la vita - e ne hanno allungato significativamente l'aspettativa media - con prodotti utilissimi. Ma questo non deve impedirci di denunciare con lucidità operazioni di disease mongering, di manipolazione dei protocolli, di mancata pubblicazione di ricerche scientifiche con esito negativo ecc.”

E l’ADHD, è una malattia o no? “Ce lo chiedono spesso, ma è una falsa domanda”, risponde Poma: “Ci sono bambini problematici, disturbati, anche gravemente, che vanno presi in carico. Ma qual è la truffa? Faccio un esempio concreto: diverse ricerche pubblicate ad esempio da Lancet, una delle più importanti riviste scientifiche del mondo, confermano che i coloranti della Classe E, presenti in molte merendine e caramelle colorate, generano iperattività nei bambini, che a quei coloranti sono particolarmente sensibili. Ebbene, prendere questa iperattività, generata dei coloranti, e classificarla come una patologia psichiatrica, è una scelta scientificamente idiota. L’iperattività è presente in 218 patologie mediche e psicologiche, e prendere questi 218 tipi di sintomi e raggrupparli sotto l’ombrello di una nuova categoria diagnostica è perlomeno discutibile.

Sarebbe interessante, come abbiamo proposto anche all’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e all’Istituto Superiore di Sanità (ISS), paragonare i vari modelli in uso in Europa e oltre. Perché, quando iniziammo questa battaglia, non pochi psichiatri e neuropsichiatri dissero a gran voce: sono preoccupazioni inutili, è un problema solo americano. Ebbene, è talmente un problema solo americano che in Germania, paese geograficamente e culturalmente vicino all’Italia, i bambini diagnosticati iperattivi e quindi probabilmente destinati a terapie farmacologiche sono ben 750.000. E il problema non è solo tedesco. Se nella ancora più vicina Francia, quasi il dodici per cento dei bimbi inizia la scuola elementare avendo già assunto una pastiglia di psicofarmaco, abbiamo un problema”.

Ecco qui “i figli di un mondo malato”, conclude Poma: “Il mondo di noi adulti, delle nostre performance asfissianti, del nostro poco tempo, del nostro sistema tutto o bianco o tutto nero, senza sfumature di grigio; delle nostre categorie, che ci portano a classificare come patologica qualunque variazione di temperamento e di comportamento che esca poco poco dal perimetro di quella che noi consideriamo normalità”.

Testo riadattato dal libro “Medicina Ribelle. Prima la salute, poi il profitto”. Edizioni L’Età dell’Acquario

 
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Andrea Bertaglio

Andrea Bertaglio
Giornalista

Scrivo per vari quotidiani e riviste, principalmente di temi ambientali e sociali. Con il mio ultimo libro, “Medicina ribelle. Prima la salute, poi il profitto”, mi sono avventurato anche nel campo della salute e del business che le sta dietro. Laureato in sociologia, partecipo spesso come relatore a convegni e conferenze su sostenibilità, ... LEGGI »

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