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Cibo e Salute

Biologico: questa è una grave frode alimentare ai nostri danni

Inoltre si genera nel consumatore medio un senso di profonda sfiducia nei confronti della vera agricoltura biologica

Pubblicato il 12/10/2016 da Roberta Martinoli

Se un prodotto viene venduto come biologico quando non lo è si parla di frode alimentare. Più precisamente potremmo parlare di contraffazione che “consiste nel dare l’apparenza ingannevole della genuinità ad una cosa che è composta da sostanze, in tutto o in parte, diverse per qualità e quantità da quelle che normalmente concorrono a formarla”. Esempio di contraffazione potrebbe essere la vendita di un prodotto scongelato che viene spacciato per fresco.

Chi froda ha il vantaggio di giustificare il maggior prezzo di ciò che vende realizzando un più consistente guadagno. Così ad esempio se al ristorante un pesce scongelato ci viene venduto per “appena pescato” saremmo disposti a pagarlo di più.

Qualsiasi tipo di frode alimentare appare come un atto vile ed è perseguibile per legge ma le frodi sul biologico hanno anche il demerito di sfruttare un’ideologia: quella degli ethical o green consumers. In un lavoro del 2005 pubblicato sulla rivista British Food Journal (il titolo del lavoro è Exploring the gap between attitudes and bahaviour. Understanding why consumers buy or do not buy organic food) si afferma che il motivo principale per cui i consumatori sono portati a scegliere il biologico è l’assenza di sostanze chimiche, additivi e pesticidi considerati pericolosi per la salute, seguito però dal desiderio di preservare l’ambiente e di garantire migliori condizioni di vita agli animali da allevamento. Quindi ci sono persone disposte a spendere di più per una questione etica e non meramente salutistica.

LEGGI ANCHE: Siamo tutti bio-illogici?

A rendere possibili le frodi sul biologico contribuisce il sistema preposto alla certificazione ed al controllo. Per entrare nel settore del biologico le aziende agricole oltre a rispettare le norme tecniche contenute nel regolamento CEE 2012/91 devono sottoporsi al controllo di un ente autorizzato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. L’ente autorizzato (un esempio potrebbe essere l’ICEA, Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale) una volta “assunto” dall’azienda agricola predisporrà una serie di controlli a calendario senza darne previa comunicazione. In altri termini l’ente autorizzato ha facoltà di presentarsi in azienda quando vuole allo scopo di verificare che questa si meriti la denominazione di “azienda biologica” poiché opera nel pieno rispetto delle norme tecniche vigenti. Ma uno degli anelli deboli di questa catena è rappresentato dal fatto che l’Ente Autorizzato viene profumatamente pagato proprio dall’azienda che chiede la certificazione. Il conflitto di interessi appare così evidente che la situazione potrebbe essere paragonata a quella in cui lo studente universitario per poter frequentare un corso e sostenere l’esame dovesse pagare direttamente il professore e non già l’Università.

Quello del biologico “italiano” è un mercato con oltre 3 miliardi di fatturato e non pochi sono coloro che, complice il fallace sistema di certificazioni, hanno deciso di arricchirsi illegalmente.

L’altro anello debole è legato al fatto che non esiste un modo concreto di distinguere un prodotto biologico da uno che non lo è. Le aziende sanno benissimo che esiste un intervallo di carenza o tempo di sicurezza. Si tratta dell’intervallo di tempo che deve intercorrere tra l’ultimo trattamento e la raccolta. Scopo dell’intervallo di sicurezza è quello di ridurre al minimo i rischi per la salute del consumatore che si ritroverà nel piatto quantità di fitofarmaci difficilmente dosabili. Le autorizzazioni ministeriali fissano per ogni formulato commerciale un intervallo di carenza specifico per le varie colture. Un’azienda collusa con l’Ente Autorizzato non dovrebbe trovare difficoltà nel “suggerire” per ciascun controllo una data ad hoc opportunamente distante dall’ultimo trattamento fatto.

E così per via della globalizzazione dei mercati in America stanno mangiando pasta fatta con un grano italiano “spacciato” per biologico ma che biologico non è. Immaginate l’entità dei danni per tutte le aziende virtuose che il biologico lo fanno davvero!

Si genera così nel consumatore medio anche se ethical o green un senso di profonda sfiducia nei confronti di questo tipo di agricoltura.

Del resto, up to date, non ci sono pubblicazioni che documentino il reale vantaggio a mangiare biologico. Ma il fatto che questo non sia stato dimostrato non significa che non ci sia realmente. Uno dei benefici è da individuarsi nella scelta di cultivar più rustiche, cioè a dire più resistenti all’azione degli agenti atmosferici e all’attacco dei fitofagi (insetti, acari, parassiti). La maggiore resistenza è in ragione della consistente presenza di metaboliti secondari (fitoalessine, tannini, saponine, glucosinolati, alcaloidi, terpenoidi, composti fenolici). Quando mangiamo una “cultivar antica” sappiamo di stare ingerendo una maggiore quantità di sostanze ad azione anti-ossidante utili alla sopravvivenza della pianta ma anche alla nostra salute.

Per quanto non esista una prova del vantaggio di mangiare biologico sappiamo che i pesticidi determinano nei contadini la comparsa di tumori o di gravi forme di insufficienza renale. È il caso del glifosato (Rondup TM). Il glifosato è un diserbante sistemico post-emergenza non selettivo. Viene assorbito per via fogliare per poi essere traslocato attraverso il floema fino all’apparato radicale. Si comporta come un chelante poiché immobilizza i micronutrienti e li rende indisponibili per la pianta che muore in un tempo di 10-12 giorni. È uno degli erbicidi più utilizzati nell’agricoltura italiana.

Poiché si tratta di un erbicida post-emergenza utilizzato in particolare nella coltura del mais la Monsanto ha creato parallelamente una varietà di mais resistente al glifosato (Rondup TM Ready Corn). È un po’ come se un’azienda preposta alla sicurezza informatica avesse creato il virus digitale e allo stesso tempo l’antivirus. Si semina il campo a mais e quando le piantine saranno già spuntate si sparge sul terreno l’erbicida che ucciderà qualsiasi pianta infestante senza danneggiare il mais portatore del gene della resistenza.

In un lavoro del 2012 pubblicato sulla rivista Food and Chemical Toxicology, Séralini Gilles-Eric et al hanno documentato l’elevata tossicità del glifosato in una popolazione di topini di laboratorio. L’azione dell’erbicida era talmente devastante da causare l’insorgenza di enormi tumori renali negli animali da esperimento. Lo studio è stato “retracted”, ritirato, perché non rispettava alcuni criteri di qualità tanto che ne è stata messa in discussione la validità. Ma poi curiosando nella letteratura internazionale salta all’occhio uno studio sugli effetti nefrotossici di glifosato e metalli pesanti tra gli agricoltori dello Sri Lankan. Altro che topini di laboratorio! (Jayasumana C et al. Simultaneous exposure to multiple heavy metals and glyphosate may contribute to Sri Lankan agricultural nephropathy. BMC Nephrol 2015). Anche se l’effetto sugli agricoltori è evidente per via della massiccia esposizione all’erbicida, potendo scegliere, non vorrei avere nel mio piatto un residuo di glifosato piccolo o grande che sia.

L’agricoltura è l’attività antropica a maggior impatto sull’ambiente: genera il 30% delle emissioni dei gas serra (deforestazione tropicale, metano proveniente da animali e campi di riso, protossido di azoto derivante dalla fertilizzazione). Pesticidi e diserbanti hanno un effetto tossico su qualsiasi forma vivente. Pur non volendo perseguire la scelta del biologico a tutti i costi sarebbe opportuno optare per un’agricoltura integrata che, complice il progresso tecnologico, potrebbe giovarsi di nuove forme di allevamento, tecniche di concimazione e di irrigazione più rispettose dell’ambiente e della salute dell’uomo.

Il primo passo è quello di pretendere che il biologico sia biologico. E allora mi piace concludere con una frase di Franco Berrino: “Noi siamo uomini di potere. Abbiamo il potere di rinunciare ai consumi inutili, di renderci consapevoli dei problemi che affliggono la madre terra, di non pensare che siano gli altri a dover fare qualcosa, di cominciare da noi.”

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Roberta Martinoli

Roberta Martinoli
Nutrizionista

Sono ormai 15 anni che mi occupo di Nutrizione Umana.Dopo la laurea in Scienze Agrarie ho ottenuto il Dottorato di Ricerca in Fisiologia dei Distretti Corporei presso l’Università di Roma Tor Vergata. È stato lì che ho cominciato a studiare le tecniche di valutazione della composizione corporea e i principi di dietoterapia. Mi sono ... LEGGI »

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