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Cibo e Salute

Olio extravergine d’oliva protegge il cervello e preserva la memoria

Rallenta il declino cognitivo

Pubblicato il 27/06/2017 da La Fucina

Il consumo regolare di olio extravergine d’oliva potrebbe proteggere il cervello e rallentare il declino cognitivo. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Annals of Clinical and Translational Neurology da tre scienziati italiani, Domenico Praticò e Elisabetta Lauretti della Temple University di Philadelphia (Usa), e Luigi Iuliano dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Secondo gli esperti, l’assunzione di olio extravergine d’oliva sarebbe in grado di preservare la memoria e la capacità di apprendimento. Inoltre, sarebbe capace di ridurre la formazione delle placche amiloidi e dei grovigli neurofibrillari, due segni tipici della malattia di Alzheimer.

GUARDA IN ALTO IL VIDEO: Come riconoscere un buon olio extravergine d’oliva?

Nel corso della ricerca, gli scienziati hanno esaminato la relazione tra l’assunzione di olio extravergine d’oliva e la demenza. In particolare, hanno nutrito con una dieta standard o con una arricchita con olio extravergine d’oliva due gruppi di topi predisposti allo sviluppo dell’Alzheimer – che erano destinati a sviluppare tre caratteristiche tipiche della malattia: alterazione della memoria, placche amiloidi e grovigli neurofibrillari. I ricercatori hanno aggiunto l’olio d’oliva al regime alimentare del secondo gruppo di roditori quando gli animali hanno compiuto sei mesi, ossia prima che sviluppassero i sintomi dell’Alzheimer.

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Al termine della sperimentazione, gli autori hanno osservato che all'età di nove mesi e di un anno i topi che avevano consumato regolarmente l’olio extravergine d'oliva erano significativamente più bravi nello svolgimento di alcuni test progettati per valutare la memoria di lavoro, la memoria spaziale e le abilità di apprendimento. Inoltre, l’osservazione dei tessuti cerebrali degli animali ha evidenziato l’esistenza di profonde differenze nell’aspetto e nelle funzioni delle cellule nervose. In particolare, i topi nutriti con la dieta arricchita con l’olio mostravano una maggiore integrità delle sinapsi (connessioni tra i neuroni) e un aumento significativo dell'attivazione dell'autofagia delle cellule neuronali. Quest’ultimo aspetto, secondo gli esperti, potrebbe essere responsabile della riduzione dei livelli di placche amiloidi e della proteina tau fosforilata.

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“Abbiamo scoperto che l'olio extravergine d'oliva riduce l'infiammazione cerebrale – osserva il dottor Praticò -, ma soprattutto attiva un processo noto come ‘autofagia’”, il meccanismo attraverso cui le cellule eliminano le tossine e i detriti intracellulari, come le placche amiloidi e i grovigli neurofibrillari. “Le cellule cerebrali dai topi nutriti con la dieta arricchita con l’olio extravergine d’oliva – prosegue lo studioso - mostravano livelli più elevati di autofagia e una minore presenza di placche amiloidi e di proteina tau fosforilata”. Quest'ultima sostanza è responsabile della formazione dei grovigli neurofibrillari che, secondo gli scienziati, potrebbero contribuire alla disfunzione delle cellule neuronal,i che sono alla base della perdita della memoria associata all’Alzheimer.

“Grazie all'attivazione dell'autofagia, la memoria e l'integrità sinaptica sono state conservate e gli effetti patologici sugli animali (che altrimenti avrebbero sviluppato l’Alzheimer) erano significativamente ridotti – aggiunge il dottor Praticò -. Questa è una scoperta molto importante, dato che sospettiamo che una riduzione dell'autofagia segnali l'inizio della malattia di Alzheimer”. Gli scienziati adesso intendono verificare gli effetti dell'introduzione dell'olio extravergine d’oliva nella dieta dei topi quando gli animali avranno già compiuto 12 mesi, e, pertanto, avranno già sviluppato le placche amiloidi e i grovigli neurofibrillari. “Di solito quando un paziente si reca dal medico perché sospetta di avere la demenza, la malattia è già presente - conclude l’esperto -. Vogliamo scoprire se aggiungere l'olio d'oliva alla dieta in un momento successivo può fermare o invertire la progressione della malattia”. (Fonte)

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